Una dolorosa presa di coscienza fra eventi drammatici e situazioni surreali
La mia storia comincia, almeno in apparenza, nel 2017, quando inizio a frequentare un posto (una nota palestra) nel quale riscontro, da subito, una serie di stranezze, in particolare nel comportamento di alcune persone, fra cui annovero senz’altro il mio istruttore, ex paracadutista della Folgore.
Dopo neanche un mese dall’iscrizione, accade un’imprevedibile disgrazia.
Il 14 febbraio un evento cerebrovascolare improvviso rende mia madre (diabetica e con qualche problema di circolazione agli arti inferiori ma attiva e autosufficiente) invalida in maniera permanente. Ne resto ovviamente scossa e rattristata.
Nel frattempo, si succedono intorno a me situazioni bizzarre, simili a scene da candid camera che però nulla hanno di divertente.
Cito un esempio fra i tanti. Un uomo si schianta contro la parete a specchio della sala pesi, nella quale è riflessa la sua immagine, nonostante guardi dritto davanti a sé. Sono presenti diverse persone che assistono alla scena. A dispetto della violenza del colpo – la parete vibra con intensità per diversi secondi – prosegue come se niente fosse accaduto. Con un’espressione inerte dipinta sul volto e lo sguardo fisso, si gira come nulla fosse e imbocca l’uscita: pare in trance ipnotica o in stato catatonico.
In altre occasioni, noto interi gruppi di persone con l’aria confusa e stordita oppure irosa, individui che si guardano male senza motivo (succede anche a me di essere fissata in cagnesco da sconosciuti o da gente che conosco superficialmente e non ha davvero motivo di provare ostilità) o scoppiano in fragorose e irrefrenabili risate, senza ragione.
Ciò che rende disturbanti queste situazioni è il loro apparire posticce e prive di giustificazione, gratuite e insensate nel contesto specifico in cui hanno luogo.
Quanto al mio istruttore, fa spesso battute dinanzi ad altri come a lasciar intendere che ci vediamo fuori dalla palestra o che lo contatto per telefono a orari non consoni. Pronuncia inoltre, d’improvviso, frasi dai toni e contenuti sadici che indispettiscono molte persone. È ossessivo nel cercare di indirizzare e controllare la mia condotta in quell’ambiente e le mie interazioni con altri, mi rivolge molte, troppe domande, quasi volesse controllarmi e sorvegliarmi. Dà in escandescenza quando viene a sapere che mi sono allenata per conto mio e aziona, in due occasioni diverse, il tapis roulant prima che io ci salga, facendomi incespicare. Ha frequenti e immotivati scatti d’ira che manifesta con movimenti e gestualità bruschi, i quali si alternano ad atteggiamenti sdolcinati o da “bravo ragazzo”.
Insomma, per farla breve, pare che il suo corpo ospiti più di una personalità, tanto sono contraddittori i suoi comportamenti.
Nel corso dell’anno, accade qualcosa di molto strano. Comincio a dormire tutta la notte quando, invece, la difficoltà ad addormentarmi e il sonno leggero mi hanno sempre caratterizzata dall’infanzia.
Oltre a questo, noto progressive anomalie nei sogni – particolarmente vividi e, direi, artificiali – che si accentueranno negli anni successivi.
Per quanto concerne i movimenti, pur non essendo una persona che gesticola in maniera smodata o sgraziata, constato una riduzione significativa della gestualità, in particolare delle mani, che di solito mi accompagna nell’espressione orale.
Perdo la capacità di usare il diaframma nel parlare e nel cantare (tecnica che ho appreso quando ero molto giovane) e, dal mese di ottobre, avverto frequenti e prolungati acufeni.
Rilevo, con un certo stupore, alcune alterazioni in peius delle mie capacità mnemoniche e, in generale, dell’attenzione.
In palestra dimentico ben due volte, all’interno della sacca riposta nell’armadietto, le chiavi del lucchetto antifurto. Immagino l’obiezione del lettore: può capitare a tutti, no? Soprattutto in un periodo di stress.
Ebbene, posso assicurare che, nel mio caso, è senza dubbio anomalo. Sono una persona dotata di notevole capacità di concentrazione, persino ipervigilante e gli eventi si sono verificati a brevissima distanza di tempo.
Noto infine una complessiva alterazione della sfera emotiva: non ho provato alcuna emozione in situazioni che avrebbero giustificato una reazione emotiva da parte mia e ho sperimentato, viceversa, emozioni esagerate nella loro intensità, laddove sarei dovuta rimanere impassibile.
Dopo l’estate del 2017, i comportamenti dell’istruttore peggiorano. Comincio a maturare l’idea di sospendere le lezioni.
Tuttavia, più mi allontano da lui e mi convinco della necessità di smettere, più mi succedono eventi avversi di ogni genere, a ripetizione, e maggiori diventano le anomalie che riscontro in palestra, nella condotta di chiunque incontri, comprese persone di norma gentili e disponibili.
Nel novembre 2017, a oltre sei mesi dall’evento cerebrovascolare, mia madre peggiora e manifesta i primi segni di psicosi. In particolare è aggressiva nei miei confronti.
Viene sottoposta a una cura con antipsicotici che, curiosamente, non sortisce alcun effetto. Subentrano, nei mesi di febbraio e marzo 2018, disturbi gastrointestinali severi che le impediscono di mangiare e assumere farmaci e una rigidità muscolare che le inibisce di muoversi.
Ormai ridotta a una larva, viene ricoverata in un ospedale specializzato in malattie neurologiche, dove non riescono a formulare diagnosi precise, a parte un generico decadimento cognitivo.
Non demordo e decido di farla trasferire in una struttura ospedaliera dove possono eseguire accertamenti approfonditi sull’apparato gastrointestinale. Lì accade qualcosa di molto insolito: in modo improvviso e inaspettato, appena trasferita in quell’ospedale, cessa la sintomatologia.
I successivi esami diagnostici sono negativi: tutto quello che le è accaduto e l’ha ridotta a uno scheletro rimane, in sostanza, privo di causa.
Davvero bizzarro, no?.
In quel periodo lascio definitivamente la palestra.
Tornerò una sola volta ancora ad allenarmi e, qualche mese dopo, per sgomberare l’armadietto.
Tuttavia, dopo essermene allontanata, le stranezze che ho rilevato in quell’ambiente si “propagano” in qualunque altro ambito mi muova, al punto che smetto di frequentare ristoranti, bar, locali dei quali sono habituée da anni.
A maggio viene dimessa e portata in una struttura per persone non autosufficienti, dove migliora moltissimo.
La fase dello stalking organizzato e l’esordio della telepatia artificiale: una strategia finalizzata a far perdere credibilità al bersaglio
Fra agosto e novembre, mi capita (mentre pianifico il ritorno a casa di mia madre) una vicissitudine assai stressante e, tanto per cambiare, anomala.
In breve, vengo avvicinata e infastidita per strada con cadenza quotidiana da un numero spropositato di persone, perlopiù sconosciute, che fanno commenti di tenore e contenuto simile, ridacchiano, insultano, sputano verso di me e, in alcune occasioni, fanno riferimento a un fantomatico video.
Le frasi ricordano molto da vicino, per forma e contenuti, quelle che ho udito più volte attorno a me in palestra sul conto di altre persone, come se ciò che mi aveva infastidito, invece di esaurirsi secondo logica là dove era iniziato, mi avesse seguito altrove in maniera a dir poco surreale.
Avverto una crescente sensazione di panico nei luoghi pubblici ed evito, se posso, di percorrere lunghi tragitti a piedi.
In tanti anni che lavoro in quell’area non mi è capitato niente di simile: mai un commento, mai volgarità, mai un tentativo di approccio.
Non ho nemici. Non ci sono, nella mia vita, persone che mi possano detestare al punto di volermi perseguitare e spingermi all’esasperazione.
Ipotizzo quindi, al principio, una correlazione con quanto è accaduto in palestra ma l’ipotesi appare sempre più improbabile con il passare del tempo e alla luce degli avvenimenti successivi.
Nella seconda metà del mese di ottobre, mentre mi trovo nella mia stanza, in ufficio, comincio ad avvertire un vociare che pare provenire dalla strada, dato che la scrivania si trova di fianco a una grande finestra.
Sembra quasi che alcune persone leggano commenti a corredo di qualche mia immagine. Sono brevi (da tre a undici parole al massimo), dunque assai semplici e ripetitivi nella struttura grammaticale, quasi sempre volgari, identici a quelli che poi ho sentito pronunciare agli sconosciuti per strada.
Il fatto è decisamente anomalo e sfida le leggi della fisica, perché occupo quella postazione da anni ed è impossibile che si odano così distintamente le frasi pronunciate da chi percorre la via.
In seguito, questa specie di “chiacchiericcio in lontananza” si presenta quando sono in altri luoghi: in auto, nella RSA dove vive mia madre, in casa (nella mia abitazione le voci sono solo due: una di timbro femminile, somigliante a quella di una ragazza che abita al piano inferiore, e una maschile, ignota).
Decido di sottopormi a una visita dall’otorinolaringoiatra che esclude disturbi a carico dell’apparato uditivo.
Una notte avverto distintamente un rumore metallico ritmico che si ripete ogni quattro- cinque secondi circa. Chiedo se qualcun altro dei miei familiari lo sente. La risposta è negativa ma io lo percepisco davvero, forte e chiaro. Inutile dire che non chiudo occhio.
Quando, a novembre 2018, sono in procinto di riportarla a casa, mia madre torna a mostrare qualche stranezza comportamentale. Una volta in famiglia, a dicembre 2018, la psicosi si riaffaccia, più violenta che mai. Sono costretta ad assentarmi spesso dal lavoro e sempre più isolata.
È a questo punto della storia che vivo l’esperienza più difficile da descrivere.
Si tratta di un fenomeno acustico molto pervasivo, simile alle allucinazioni uditive che caratterizzano alcune patologie psichiatriche gravi.
Verso la fine del mese, è il 20 o forse il 21 dicembre 2018, mi trovo in camera mia quando, in modo graduale, odo un insieme confuso di voci che diventano, col trascorrere delle ore, più nitide.
Dialogano fra loro. A un certo momento sono così chiare che posso tentare di capire cosa dicono. Mi viene spontaneo poiché non assomigliano affatto alle voci dei miei vicini.
Parlano dell’agenzia di modelle E. che è, in effetti, una delle più note del settore.
Dopo alcuni scambi di battute, capisco che parlano di me e si scambiano opinioni.
Trovo il fenomeno assurdo. Continuo le mie attività ma, se rimetto piede nella stanza, le odo nuovamente.
È solo nel tardo pomeriggio che, per la prima volta, le voci, divenute forti come se fossero entrate in casa persone reali, si rivolgono direttamente a me.
Per reazione mi chiudo immediatamente dentro la stanza e mi accovaccio per terra al buio, in posizione fetale, con la testa sulle ginocchia.
L’esperienza è sconvolgente.
Queste voci immateriali si rivolgono a me dicendomi che sono parte di un reality show – un genere televisivo che detesto cordialmente – e mi stanno seguendo da mesi. Aggiungono che mi possono vedere e sanno cosa penso. Sostengono che avrei microfoni e videocamere fissati all’attaccatura delle estensioni per capelli (è ovvio invece che si tratta di normalissime extension).
Il reality show si intitolerebbe “La moglie perfetta per G.”, una persona conosciuta l’anno precedente. Entrando in contatto con quest’uomo, che sarebbe il protagonista dello spettacolo, ne sarei divenuta uno dei personaggi. Nel reality G. cerca moglie in giro per il mondo. Mi chiedono se sono disposta ad accettare una cospicua somma di denaro, messa a disposizione dalla produzione, per diventarne la consorte.
Rispondo di no.
O Meglio: ciò che faccio, in realtà, è pensare la risposta.
Il dialogo infatti è silenzioso. La mia mente conversa con interlocutori ignoti che sono in grado di leggere il mio pensiero in tempo reale e trasmettere il proprio, in un flusso dialogico continuo e a distanza.
Manifestano disappunto e mi ammoniscono: non sono la moglie ideale, se non accetto. Ribadisco la mia idea (sempre con il pensiero).
Allora, in modo contraddittorio, mutano in parte versione. In realtà G. avrebbe stipulato un contratto di matrimonio con mio padre. Sta a me ratificare la pattuizione rispondendo al telefono, allorquando un notaio (ne nominano uno che esiste realmente e ho conosciuto anni prima), che si trova in ufficio assieme a mio padre, si metterà in contatto con me per chiedermi se accetto. Mi avvertono che, se non alzo il ricevitore, il matrimonio non sarà valido. Precisano che in casa sono entrati i membri della troupe, che hanno portato mia madre fuori dall’appartamento.
La prospettazione è ovviamente inverosimile, anche solo sotto il profilo giuridico.
A questo punto, avviene un fatto incredibile.
Il telefono trilla per davvero. Decido di non rispondere e non esco dalla stanza.
I miei interlocutori esternano allora tutto il loro disappunto per il mio comportamento e, per così dire, scompaiono: nell’arco di qualche minuto, le voci diminuiscono di volume e si fanno confuse e indefinite fino a quando non si sente più nulla.
Com’è naturale, mi chiedo che cosa stia succedendo. Una simile esperienza è “da pazzi”. Tuttavia sono convinta che quel che ho percepito non è frutto della mia immaginazione.
Il giorno seguente le voci si ripresentano con le stesse modalità.
Non mi chiamano mai per nome.
L’oggetto del discorso cambia, anche se di poco. Mi riferiscono che G. ha deciso, insieme alla produzione, di fare un’eccezione al regolamento del reality. Vuole sposarmi. Il matrimonio avrà luogo il 24 gennaio (che è l’anniversario della mia iscrizione in palestra) del 2019, nella chiesa di San Vittore al Corpo.
Riprendono l’elemento introdotto nel pomeriggio precedente: P., noto agente di modelle e presidente dell’agenzia E., vorrebbe fare di me una modella. Dopo che G. gli avrebbe girato mie immagini, si sarebbe recato in palestra per vedermi di persona e mi avrebbe trovato idonea. Avrebbe incaricato alcuni suoi collaboratori, compresa una donna, di “visionarmi”.
Aggiungono alla narrazione uno stuolo di personaggi noti (capi di stato, miliardari russi, giornalisti, editori di testate giornalistiche nazionali, personaggi della moda e dello spettacolo), dei quali ho sentito parlare e discusso nei mesi precedenti, che posterebbero su Instagram messaggi sul mio conto.
Un bel minestrone. Non c’è che dire.
E soprattutto è un guazzabuglio che, se avessi malauguratamente riferito con convinzione a terzi, mi avrebbe con buona probabilità condotto in breve tempo a un trattamento sanitario obbligatorio.
All’unico familiare stretto con cui posso parlare, mio padre, riferisco solo che ho avvertito uno strano disturbo acustico, molto pervasivo e allarmante, ed esprimo l’intenzione di rivolgermi al medico prima possibile.
Il fenomeno si ripresenta nei giorni seguenti. Dopo Natale queste voci immateriali mi “accompagnano” dovunque. Anche di notte, non permettendomi di prendere sonno. Non fa eccezione nessuna stanza della casa e nessun luogo che visito. Dialogano fra loro o si rivolgono direttamente a me.
Cercano di indurmi a rinnovare il passaporto scaduto e ad acquistare un biglietto aereo per Miami. Non faccio, in piena consapevolezza, né l’una né l’altra cosa.
Proseguo con le mie consuete attività quotidiane e ci riesco così bene, nonostante tutto, che nessuno se ne accorge perché il mio comportamento appare normale a chiunque interagisce con me.
Trascorso Capodanno, diventano aggressive.
Nei discorsi cominciano a intravedersi volgarità, violenza, e minacce.
Con il pensiero, ingiungo loro di andarsene. A quel punto mi rispondono che, quando “entrano”, non vanno più via. Si autodefiniscono “Hacker della mente”, “Ladri di emozioni”, “Allievi della scuola di parapsicologia di Cernusco sul Naviglio” (questa definizione è quasi spiritosa), “Esercito del Silenzio”.
Accade di nuovo, in questa fase, un fatto sconcertante.
Mi deridono sostenendo che mia madre stia stracciando le sue cartelle cliniche. La cerco. In effetti, è sul balcone, al freddo, e sta riducendo in mille pezzi la documentazione sanitaria.
Rimango allibita. Il dubbio di soffrire di una patologia psichiatrica, che naturalmente mi ha sfiorata, comincia a essere scalfito da questa circostanza e dal ricordo della situazione verificatasi a dicembre, quando il trillo del telefono di casa era stato preannunciato dai miei interlocutori invisibili.
Da quando infatti le allucinazioni uditive predicono il futuro o descrivono eventi che stanno accadendo altrove, in un luogo che non può essere oggetto di osservazione?
L’opinione dei medici: giunge la conferma dell‘assenza di disturbi di natura neurologica o psichiatrica
A fine gennaio 2019, interpello comunque il mio medico spiegando che ho avuto un disturbo accostabile alle allucinazioni uditive complesse, tipiche della schizofrenia o delle crisi psicotiche.
Il dottore, che mi conosce da tempo, trova inverosimile la mia ipotesi e suggerisce che, piuttosto, la causa potrebbe essere lo stress dovuto ai gravi problemi di salute di mia madre.
Poiché insisto nel chiedergli di indicarmi uno psichiatra, mi suggerisce il nome di un’autorevole primaria di psichiatria, che lavora in uno dei maggiori ospedali della mia città.
Dopo un colloquio approfondito, la psichiatra conclude, nel febbraio 2019, che non soffro di alcuna patologia psichiatrica, tanto meno di schizofrenia. Nella relazione che stila scrive che il fenomeno da me descritto non rientra nel novero delle allucinazioni uditive, dal momento che non attribuisco carattere di fisicità alle “voci” (cioè non le colloco con precisione nello spazio come invece farebbe uno schizofrenico e riconosco la natura meramente interiore del fenomeno). Mostro inoltre un atteggiamento critico nei riguardi del fenomeno in sé e dei contenuti, che giudico farneticanti: un elemento, quest’ultimo, del tutto incompatibile con una malattia psichiatrica. Precisa che, a suo avviso, si tratta di dispercezioni uditive e suggerisce, pur non riportandolo nella sua relazione, che possa trattarsi di “un disturbo esterno”. Raccomanda comunque l’esecuzione di una risonanza magnetica all’encefalo, che non evidenzia alcuna anomalia.
Una volta ricevuto il referto, stabilisce che è opportuno interrompere l’assunzione di ansiolitici, prescritti nel frattempo, e ritiene di non stabilire alcuna terapia, data l’assenza di patologie psichiatriche e neurologiche.
Quando in maggio le voci si ripresentano – sia pure con modalità e intensità diverse – comincio a prendere in considerazione nuove ipotesi, anche perché la risonanza magnetica, che la professoressa ha prescritto in via cautelativa, esclude cause organiche.
Inizio ad avvertire sensazioni anomale in tutto il corpo: punture di spilli, bruciori, trafitture, una sorta di crepitio permanente all’orecchio sinistro, quasi ci fosse un’interferenza fra microfoni o una cassa amplificata in prossimità della mia testa.
Ovviamente tutto ciò è inspiegabile alla luce della negatività della risonanza magnetica cui mi sono da poco sottoposta.
Mia madre, condannata secondo i medici a un deterioramento cognitivo e alla demenza, tanto da aver smesso di riconoscermi, improvvisamente migliora. Riprende, contro ogni previsione, a parlare e a interagire con gli altri in maniera normale, segue gli avvenimenti di cronaca, è in grado esprimere opinioni e partecipare a conversazioni.
Nella notte che precede la Pasqua del 2019, subisco un attacco con cui viene simulata una violenza di gruppo.
La ricerca di una spiegazione logica
Esclusa ogni ipotesi che contempli l’esistenza di una o più patologie, raccolgo, con rinnovata determinazione, informazioni su vari argomenti attinenti o comunque applicabili alle neuroscienze: elettromagnetismo (dato che l’encefalo funziona con onde di diverso tipo), ipnosi a distanza, intelligenza artificiale.
Nel frattempo incarico un esperto – che si fa aiutare da un agente di polizia – di verificare, attraverso un software biometrico, la presenza nella rete di immagini o video che mi ritraggono e l’indagine si conclude con l’eliminazione di tale eventualità.
Cambio radicalmente taglio e colore di capelli e mi rendo spesso irriconoscibile, camuffando il mio aspetto in vario modo. Eppure mi accadono ancora episodi simili a quelli avvenuti a ottobre e novembre 2018. Mi rendo conto che qualcosa non torna.
Poi, nel luglio 2019, dal parrucchiere, accade un episodio inquietante che mi mette però sulla strada giusta.
Mi trovo seduta nel salottino di fronte alla reception, dove si accomoda anche un uomo. Sto aspettando che mio padre mi venga a prendere. L’uomo parla brevemente con le addette del salone. Posso quindi udirne chiaramente la voce.
Dopo circa un minuto e mezzo, sento d’improvviso una voce diversa. Noto che, in effetti, quell’uomo sta muovendo le labbra. Percepisco una sensazione fastidiosa, dal momento che il labiale è incomprensibile e quella voce – molto diversa da quella udita prima – è chiaramente posticcia, sembra quasi “appiccicata”. Pare un numero di ventriloquia. Fra l’altro la voce è profonda e suadente. Non assisto a un discorso sensato: sono parole messe in fila a caso. A un tratto l’uomo si gira verso il banco della reception, contrae il volto in maniera molto innaturale – i lineamenti ne risultano stravolti – e fa una smorfia protendendo la lingua (come aveva fatto una persona durante un grottesco e disturbante episodio accaduto in palestra). Benché la testa sia orientata verso le due donne che lavorano nel salone, mi sta guardando con la coda dell’occhio.
Le addette del salone rimangono in silenzio. Sembrano paralizzate, in stato di incoscienza.
D’altro canto, io cerco di comportarmi come se nulla fosse.
La direttrice del negozio entra e lo chiama al lavatesta. L’uomo torna d’improvviso normale e risponde con la sua voce, dal timbro completamente diverso. Si alza e si allontana.
L’impressione è che sia l’opera di qualcuno che “possiede” il corpo della sua vittima con metodi che mi sono oscuri o che lo “utilizza” quasi si trattasse di una bambola di pezza o di un burattino.
Non ho un’idea precisa del fenomeno e continuo a pensare che debba esistere una tecnica che rende possibile ciò che ho veduto e sperimentato.
Quel che vi si avvicina maggiormente sono l’ipnosi, la trance ipnotica e la suggestione post-ipnotica, i quali però, secondo la scienza conosciuta e ufficiale, non dovrebbero poter essere indotti a distanza.
Esploro così l’ipotesi del fenomeno preternaturale e, nonostante il mio scetticismo, consulto due esorcisti.
Leggendo un libro che riassume le linee guida dell’associazione internazionale degli esorcisti, mi sono però resa conto che non hanno rispettato affatto i metodi raccomandati. Inoltre, non si sono mai pronunciati sulla mia vicenda in via definitiva. Entrambi non hanno fatto altro che tenere una condotta molto anomala e proporre una serie di idee contraddittorie e suggestive che, viste nel loro insieme, paiono più che altro orientate a confondermi, colpevolizzarmi e ingarbugliare la matassa piuttosto che dipanarla per aiutarmi.
L’impressione che ne ho tratto è che siano stati indotti, in maniera inconsapevole, a comportarsi così. È come se qualcuno li avesse utilizzati senza che ne fossero coscienti, per tentare di manipolarmi e suggestionarmi. Fra l’altro, in quel periodo, si intensificano i sogni artificiali (anche tre per notte) che, al risveglio, ricordo nei minimi dettagli.
Accadono vari fenomeni che riguardano i circuiti elettrici della mia abitazione (l’unica lampada in camera mia emette un suono molto forte e improvviso quando sto per addormentarmi o nel cuore della notte). L’automobile si apre e chiude più volte da sola in luoghi diversi e a orari differenti, il clacson suona a vettura vuota e chiusa, dopo che sono scesa per aprire un portone, ecc..
Mi avvedo anche del fatto che ho difficoltà a memorizzare parole, dati, numeri, a leggere e comprendere testi che io stessa ho redatto prima dell’inizio del 2017. Spesso non riesco a pensare, quasi che l’intero spazio nella mia mente sia occupato da qualcosa che la opprime imprigionando le mie facoltà. Riesco a pregare o a recitare un brano appreso a memoria, con fatica, solo a voce alta e mai con il pensiero.
L’unica teoria che rimane in piedi e possa spiegare quanto accaduto è quella legata ai fenomeni elettromagnetici. Ciò che mi convince della plausibilità di questa ipotesi è l’alterazione del sonno. Il fatto che dorma così profondamente e, laddove mi sveglio e riaddormento, ricordi anche più di un sogno per notte è indice di un’alterazione dei cicli del sonno (e quindi delle frequenze cerebrali).
Proseguo le ricerche con fatica, poiché i bruciori, i dolori, le sensazioni spiacevoli si intensificano nel tempo, fino a quando non mi rendo conto che esistono molte persone, forse centinaia di migliaia, che hanno avuto esperienze molto simili alla mia.
Una tecnologia della quale si parla troppo poco
Scopro l’esistenza di armi a energia diretta basate su nuovi principi fisici, neurologiche e satellitari: la nebbia che avvolge la mia vicenda da quel momento in avanti si dirada sempre più.
Capisco che è questa la tecnologia impiegata per operare quel tentativo di destrutturazione della mia personalità e di manipolazione mentale a distanza, in chiave distruttiva, del quale ho sentore da tempo, avendo riconosciuto in molti degli episodi che ho vissuto alcune tecniche di tortura, plagio e suggestione ipnotica (ho rilevato, ad esempio, un uso un po’ semplicistico e approssimativo dei metodi elaborati dallo psichiatra Milton Erickson, uno dei padri dell’ipnosi), ma che mi sembrava irrealizzabile in assenza di contatto materiale, diretto e personale con i responsabili.
Prendo atto, con sgomento, di qualcosa di terribile: sono sottoposta senza il mio consenso a un programma che, attraverso l’inflizione di eventi traumatici, mira a manipolare la mia personalità e le mie scelte, alterando in maniera disumana il corso di un’esistenza che mi appartiene e avrei diritto di orientare secondo la mia libera volontà.
Con l’andare del tempo diminuisce l’intensità delle voci e la frequenza con cui si manifestano.
Nel 2021 diventano sporadiche nell’arco della giornata ma si intensificano i malesseri e l’introduzione nei miei pensieri di contenuti e input che mi sono estranei e che percepisco nitidamente come tali.
Lo scemare delle dispercezioni uditive conferma la correttezza del parere dei medici ai quali mi sono rivolta. Se infatti fossi stata davvero affetta da una malattia psichiatrica, il fenomeno non si sarebbe di certo risolto spontaneamente in assenza di un adeguato trattamento sanitario e, in particolare, farmacologico.
Il programma di tortura continua e coinvolge familiari, amici e semplici conoscenti
Nel corso dell’anno mio padre si sente male più volte, riferendo una sintomatologia simile a quella descritta dalle vittime della cosiddetta Sindrome dell’Avana (perdita di equilibrio, nausea, giramenti di testa violenti). I malesseri coincidono quasi sempre con importanti occasioni di lavoro.
Anche alcune persone che mi sono vicine (parenti e colleghi di lavoro) riportano disturbi anomali.
Parlando con una dipendente dello Studio, vengo a sapere che soffre di un acufene all’orecchio dal 2016. Sostiene di essersi svegliata una notte e di aver starnutito. Subito dopo avrebbe cominciato a percepire l’acufene che sarebbe stabile e permanente. Nessun medico, neppure un otoneurologo, sarebbe riuscito ad attenuare o far cessare il disturbo. Ha frequenti disturbi di cui, spesso, i medici cui chiede lumi non individuano la causa.
Il tecnico che mi ha aiutato a verificare l’inesistenza di immagini in rete ha un improvviso problema neurologico e viene sottoposto a un intervento alla testa.
Nella primavera del 2021, un martedì mattina qualunque mi sento un po’ intontita e cado secondo una dinamica a dir poco rocambolesca e assurda da un treppiedi sul quale sono salita per sistemare una tenda (sono ancora piuttosto giovane e ho un fisico atletico).
Il giorno seguente mio padre, di ritorno da una trasferta di lavoro, cade dalla cima di una scala mobile della stazione di Bologna, rotolando per diversi metri, e viene soccorso dai militari presenti sul posto. Riporta alcune ferite alla testa e taglio profondo al braccio sinistro. Insiste per partire lo stesso, rifiutando il trasporto in ospedale. Gli viene consentito di salire sul treno solo previa sottoscrizione di un documento con cui manleva Trenitalia da ogni responsabilità. Lo vado a prendere al suo arrivo e corro in farmacia a procurarmi l’occorrente per medicarlo.
Due giorni dopo mia madre si trova in bagno alla mia presenza. E’ in piedi davanti a me, ferma. D’improvviso cade all’indietro come se una mano invisibile l’avesse spinta. Non riporta conseguenze.
Una serie di avvenimenti dello stesso genere in pochi giorni è piuttosto singolare.
A rendere ancora più inverosimile lo scenario è il frequente ripresentarsi di situazioni foriere di stress concomitanti, che potrebbero verificarsi in contemporanea (o quasi) solo ove fossero orchestrate.
Anche nell’ultima parte del 2021 e all’inizio del 2022 si presentano con frequenza disturbi, malesseri e numerose situazioni davvero bizzarre che coinvolgono sia conoscenti sia persone sconosciute (incontrate, per esempio, in strada o in un negozio) e sembrano “organizzate”, quasi fossero scenette. Spesso si ripetono, con differenze minime, nel tempo anche laddove io rilevi in tempo reale che hanno qualcosa di innaturale o presentano elementi anomali già osservati. Questa stucchevole ripetitività degli schemi persecutori mi induce a ritenere che sia fatto largo uso dell’intelligenza artificiale.
La maggioranza di questi episodi creati a tavolino pare diretta a isolarmi dagli altri, impedendo relazioni amicali e sentimentali, e in generale a ridurre il più possibile i miei contatti con il prossimo, soprattutto con le persone dell’altro sesso (un aspetto, quest’ultimo, che emerge in maniera evidente durante il corso degli accadimenti succedutisi dal 2017 ad oggi).
Riscontro sovente comportamenti disturbanti e parossistici in molte persone che mi sono vicine, le quali interagiscono con me in maniera incoerente con la loro personalità e, se da me interpellate, non sono in grado di spiegare o giustificare la propria condotta oppure sostengono di non ricordare con chiarezza le proprie azioni.
La mia mente, le mie capacità cognitive e mnemoniche sembrano invece meno oppresse, con l’eccezione di specifici intervalli di tempo durante i quali sono sotto attacco e sperimento ancora blocchi alla memoria, stordimento, difficoltà a comprendere immediatamente testi scritti e a pensare fra me e me o ripetere mentalmente una preghiera o una poesia, senza dovermi per forza esprimere a voce alta.
Il sonno e l’attività onirica sono sempre molto alterati, quasi fossero artificiali.
A partire dal mese di settembre 2021 compaiono arrossamenti saltuari, irritazione agli occhi (calazio e orzaiolo) successiva alla sensazione di aver ricevuto un colpo, lesioni al palato.
Nel tentativo di difendere me stessa e gli altri da una simile azione persecutoria, che non consente di far ricorso con successo agli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento, ho sperimentato l’utilizzo di schermature metalliche diverse, ricorrendo a vari materiali come rame, alluminio e piombo.
Mi pare tuttavia impossibile proteggersi del tutto e, per giunta, nell’arco delle ventiquattro ore, dal momento che le torture inflitte sono continue.
Dalla seconda metà del 2022 mio padre soffre molto, a causa di una serie di malesseri continui (disturbi dell’equilibrio, sonnolenza prolungata, ecc.), una situazione che culminerà in un arresto cardiocircolatorio improvviso nel febbraio 2023.
Spira in casa, sotto i miei occhi: è il secondo evento dalla rilevante portata traumatica accaduto negli ultimi sei anni. Sono dunque di fronte a un rinnovato tentativo di destrutturare da remoto la mia personalità e portare alla completa distruzione la mia vita.
La persecuzione a distanza, che ho cercato di descrivere in queste pagine, si protrae da anni, immutata nella sostanza, in assenza di segnali che possano preludere a una sua, da me agognata, conclusione.
Perché proprio a me?
Molte persone nella mia condizione e forse, in fondo, tutte si chiedono il motivo di quanto accade loro, si interrogano sul perché si ritrovino a farei conti con un’esperienza tanto tragica, a dover sopravvivere invece di vivere come gli altri che individui mirati (o, all’inglese, targeted indivuduals) non sono.
Anche io, da quando ho raggiunto una sufficiente consapevolezza, non ho smesso di pormi domande.
Le tecnologie impiegate per attuare questi programmi tuttora sono in larga misura classificate e solo alcune di esse appaiono note al pubblico – almeno a quello d’oltre oceano (non certamente a quello italiano) – e perfino commercializzate dalle maggiori industrie belliche.
È dunque opinione diffusa, fra coloro che sostengono tesi analoghe alla mia, che esse si trovino nella disponibilità di élite militari, servizi segreti di numerosi Paesi, agenzie private di intelligence, contractor, et similia.
Le vittime potrebbero essere scelte come cavie di programmi sperimentali, bersagli di allenamento oppure per ragioni personali, come l’aver pestato i piedi o intralciato persone implicate in queste attività che sono in tutta evidenza contrarie ai più elementari diritti umani.
Per quanto mi riguarda, non ho alcun legame con ambienti militari. Tuttavia, ho sempre lavorato, in uno stabile che si trova proprio di fronte a un Comando Militare della Regione dove vivo e a una sede della NATO.
La sola teoria che reputo verosimile trae origine da alcune vicende familiari. Mio nonno è stato infatti un resistente pluridecorato ed era quasi certamente noto ai servizi di intelligence.
La ragione per cui ritengo plausibile quest’ultima circostanza è semplice.
Anzitutto, ho appreso da documenti storici pubblicati in rete che, durante il conflitto, aveva collaborato con uomini dei servizi segreti britannici e statunitensi, nell’ambito di un’operazione almeno.
Inoltre, qualche decennio dopo, nell’imminenza del Golpe Borghese (poi fallito in maniera rocambolesca) aveva ricevuto la visita di ex un deputato della Repubblica e commissario politico delle Brigate Garibaldi presenti Veneto Orientale, l’on. A.C., il quale aveva sondato la sua disponibilità alla resistenza armata contro i golpisti, attesa la sua consolidata esperienza di paramilitare.
Il nonno aveva assentito.
Ora, è probabile che il suo nome e quello degli altri dichiaratisi disponibili siano finiti nelle mani di chi, nell’intelligence, aveva allertato l’onorevole.
Se i programmi di tortura sono effettivamente attuati da persone che fanno parte dell’intelligence militare, magari in collaborazione con quella di qualche Paese egemone che è presente sul territorio con una rete di basi dal dopo guerra, non è poi così assurdo ipotizzare che abbiano scelto le prime cavie “pescandole” da liste di soggetti noti.
Tanto più che lo Stato al quale penso non si è fatto scrupoli quando si è trattato di cooptare nei servizi, garantendo loro impunità, ex nazisti e fascisti che saranno stati ben felici di prendere di mira vecchi nemici assieme ai loro familiari e discendenti, con il paravento del programma di esperimenti non consensuali.
La teoria è suggestiva, a mio avviso, e soprattutto è l’unica ad avere uno straccio di fondamento e a giustificare il fatto che sia stata coinvolta tutta la mia famiglia, colpita con una spietatezza non comune, neppure nella tormentata comunità dei targeted individuals.
Non posso comunque escludere di essere stata individuata in ragione della mia personalità, di determinate caratteristiche che differenziano il mio sistema nervoso da quello di altri o, ancora, in modo sventuratamente casuale.
Quel che è certo è che la domanda “perché proprio a me?” aggiunge afflizione al percorso di vita accidentato con il quale siamo costretti, nostro malgrado, a misurarci ma è almeno altrettanto sicuro che, qualunque sia la risposta e quindi il motivo per il quale siamo divenuti vittime, resistere e lottare è la sola reazione che consenta di riaffermare la nostra dignità e riscattarci dalla prigionia che ci viene imposta vigliaccamente con tecnologie classificate.
In conclusione
A distanza di tempo, sforzandomi di guardare gli eventi che si sono succeduti con distacco, ho raggiunto la consapevolezza di essere stata vittima di un reiterato tentativo di destrutturazione della personalità, indotto da un trauma iniziale e da una sequela di successivi traumi minori, di plagio e condizionamento attraverso un’attività di suggestione (come accade, per esempio, a chi viene avvicinato dai membri di una setta o di un gruppo distruttivo).
Non mi è chiaro se la finalità perseguita, che diventa evidente con il tempo (cioè quella di causare la distruzione e, forse, la fine della mia vita, attraverso un gesto suicida propiziato da prolungate torture), sia la stessa fin dal principio.
Sono certa di aver riconosciuto alcune tecniche di tortura e di suggestione ipnotica, ho identificato l’applicazione, un po’ semplicistica, dei metodi elaborati dallo psichiatra Milton Erickson. Mi sono accorta in itinere di essere stata sensibilizzata, nell’ambito di situazioni spiacevoli o traumatiche (il cosiddetto “teatro di strada”), a parole e gesti semplici e di uso comune, utilizzati successivamente come “trigger” a scopo manipolatorio. Maturo anche un’ulteriore convinzione: è probabile che sia sottoposta a programmazione finalizzata al controllo delle mente dall’infanzia o, quantomeno, dall’adolescenza. Il programma, a mio parere, è stato implementato in forma più blanda fino all’anno 2017, quando diviene molto aggressivo per qualche ragione, a me ignota, che posso solo ipotizzare.
Ciò che al principio mi ha sconcertato, apparendomi inverosimile, è diventato per me scontato: un’attività del genere può essere eseguita da remoto, senza un contatto diretto fra torturatori e vittima. Lo sviluppo di armi a energia diretta, neurologiche, satellitari, procede di pari passo con innumerevoli programmi sperimentali in materia di neuroscienze, promossi e finanziati in tanti Paesi, affidati troppo spesso all’intelligence militare in assenza di controlli da parte delle istituzioni.
Questo ha reso possibile che centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo fossero imprigionate in campi di concentramento invisibili a occhio nudo e vivessero esperienze che non dovrebbero essere riservate ad alcun essere umano, neppure al peggiore. Un simile abominio ha avuto luogo senza che le autorità nazionali e internazionali si muovessero per impedire questa pericolosa deriva, mettendo al bando tecnologie tanto insidiose, introducendo specifiche norme penali o, almeno, sottoponendo i gruppi che ne dispongono – siano pubblici o privati – a una sistematica attività di controllo.
I casi di utilizzo di dispositivi in grado di causare lesioni e disturbi neurologici a distanza, che hanno coinvolto funzionari statunitensi e candesi dal 2016 ad oggi, hanno aperto un dibattito che le maggiori agenzie di intelligence degli USA tentano con ostinazione di insabbiare.
Tuttavia, la promulgazione del cosiddetto “Havana Act”, che prevede lo stanziamento di ingenti fondi per risarcire i soggetti colpiti, smentisce il tentativo di liquidare le doglianze come isteria di massa o di insinuare la presenza di patologie pregresse non riscontrate. E’ inoltre plausibile che questo peculiare tipo di vittime, abituate a lavorare con e per istituzioni dalle quali si sentono tradite o messe da parte, insista nel cercare la verità su quanto è loro accaduto.
Il tempo dirà se la loro lotta sarà utile anche a noi cittadini comuni.